15 gennaio 2026 - Assemblea Popolare a Rivalta di Torino
di Luca Graziano,Vice Presidente di Pro Natura Torino APS
Collina morenica Avigliana – Rivoli – Rivalta: 30 anni NO TAV
Il 15 gennaio, a Rivalta di Torino, una sala colma ha restituito un’immagine che raramente trova spazio nei resoconti ufficiali delle grandi infrastrutture: una comunità che lotta da 30 anni perché il territorio non venga rovinato dalla galleria del TAV Torino-Lione.
L’assemblea di Rivalta non è stata soltanto un incontro informativo, ora che è stato ufficializzato il progetto della tratta Avigliana-Orbassano, né l’ennesima manifestazione di dissenso locale: è stata la presa d’atto collettiva che un progetto infrastrutturale rilevante sta avanzando senza aver davvero attraversato il vaglio della conoscenza pubblica, del confronto democratico e della valutazione critica delle alternative.
Per una comunità già consapevole delle implicazioni ambientali, sociali e sanitarie delle grandi trasformazioni territoriali, quell’assemblea ha rappresentato un passaggio decisivo: la trasformazione di un’inquietudine diffusa in una mobilitazione informata, capace di interrogare non solo l’opera in sé, ma il modello di sviluppo che la sostiene.
Un progetto che procede senza consenso informato
La tratta del TAV Torino-Lione tra Avigliana e Orbassano viene presentata come un tassello tecnico di un più ampio sistema di trasporto merci. Ma questa definizione, apparentemente neutra, tende a occultare la realtà materiale dell’intervento: una infrastruttura di oltre venti chilometri, con gallerie profonde nella collina morenica, cantieri estesi, movimentazione di enormi volumi di materiale, espropri e trasformazioni permanenti del paesaggio.
Il progetto definitivo è stato depositato all’inizio di dicembre, avviando una procedura autorizzativa scandita da tempi serrati. Migliaia di elaborati tecnici sono stati trasmessi agli enti locali in una finestra temporale che rende ardua qualsiasi analisi approfondita, mentre l’accesso effettivo ai documenti da parte della cittadinanza resta limitato. Non si tratta di una semplice inefficienza amministrativa: è una modalità ricorrente di governo delle infrastrutture, in cui la partecipazione viene ridotta a un passaggio formale, privo di reale capacità di incidere sulle decisioni.
L’assemblea ha reso evidente questo scarto: da un lato un progetto che avanza secondo un calendario già definito, dall’altro una popolazione chiamata a pronunciarsi quando le scelte fondamentali sono state di fatto assunte. È in questo scarto che nasce il conflitto.
La scala degli impatti: oltre la linea, il sistema territoriale
Uno degli elementi più rilevanti emersi riguarda la natura sistemica degli impatti. L’attraversamento sotterraneo della collina morenica non è un dettaglio tecnico, ma il cuore problematico dell’opera. Si tratta di un contesto geologico complesso, caratterizzato da materiali eterogenei e da equilibri idrici delicati. Interventi di scavo di grande portata in un simile ambiente comportano rischi concreti per le falde, per la stabilità dei suoli e per la sicurezza degli insediamenti sovrastanti.
A questo si sommano cantieri a cielo aperto di lunga durata, consumo di suolo, incremento del traffico pesante sulla viabilità locale, accumuli di terre e rocce che possono alterare in modo permanente assetti idraulici e paesaggistici. L’opera non si limita a “passare” sul territorio: lo riorganizza, lo frammenta, ne modifica le condizioni di abitabilità.
L’assemblea ha mostrato con chiarezza come questi effetti non siano episodi isolati, ma parti di una trasformazione complessiva che investe ambiente, salute, relazioni sociali e prospettive economiche locali. È su questa scala che l’opera va giudicata.
Utilità e priorità: una domanda non eludibile
Di fronte a impatti tanto estesi, la questione dell’utilità non può essere liquidata come pregiudiziale. I dati disponibili indicano che la rete ferroviaria esistente dispone di ampi margini di capacità inutilizzata. Le previsioni di crescita del traffico merci, spesso richiamate per giustificare nuovi tracciati, appaiono fragili se confrontate con le tendenze economiche e logistiche reali. Al tempo stesso, il trasporto pubblico regionale soffre carenze croniche: linee sottodimensionate, materiale rotabile obsoleto, manutenzione insufficiente. In territori segnati da elevati livelli di inquinamento atmosferico, la scelta di destinare ingenti risorse a una nuova infrastruttura merci solleva una questione di priorità pubbliche. Ogni euro investito in un’opera di questo tipo è un euro sottratto a interventi immediatamente utili per la riduzione delle emissioni, la sicurezza del territorio, la qualità della vita quotidiana. L’assemblea ha riportato il dibattito su un terreno razionale: non se essere “a favore” o “contro” lo sviluppo, ma quale sviluppo sia oggi coerente con le conoscenze scientifiche e con l’urgenza climatica.
Salute, precauzione e responsabilità pubblica
Un altro nodo emerso con forza riguarda la salute. Cantieri prolungati nel tempo, rumore, polveri, stress ambientale e possibili contaminazioni non possono essere considerati effetti collaterali secondari. In contesti densamente abitati, la valutazione degli impatti sanitari dovrebbe essere centrale e preventiva, non un’aggiunta tardiva. L’assenza o l’insufficienza di analisi approfondite in questo ambito mette in discussione il rispetto del principio di precauzione, uno dei cardini delle politiche ambientali europee. Difenderlo non significa arrestare ogni trasformazione, ma assumere fino in fondo la responsabilità pubblica delle scelte, riconoscendo che i costi sanitari e sociali non sono esternalità accettabili.
Il conflitto come spazio di conoscenza
Ciò che l’assemblea del 15 gennaio racconta, in ultima analisi, è che il conflitto non nasce dall’ignoranza o dal rifiuto aprioristico, ma dalla conoscenza. Le esperienze di altri territori interessati da grandi cantieri mostrano una dinamica ricorrente: benefici promessi e differiti nel tempo, costi immediati e concentrati, fratture sociali difficili da ricomporre. Ma mostrano anche che una mobilitazione informata può incidere, rallentare processi presentati come inevitabili, aprire spazi di ripensamento. In questo senso, il conflitto non è un incidente di percorso, ma uno strumento di democrazia sostanziale. Costringe a rendere esplicite le scelte, a confrontare dati e alternative, a misurare la distanza tra retorica infrastrutturale e realtà dei luoghi.
Quali alternative, quale futuro
La domanda che attraversa l’assemblea va oltre la singola tratta ferroviaria: ha a che fare con la direzione complessiva delle politiche pubbliche. In un’epoca segnata dalla crisi climatica, dalla scarsità di risorse e dall’urgenza di ridurre le disuguaglianze ambientali, continuare a riproporre grandi opere concepite in un altro tempo appare sempre più come un riflesso ideologico. Le alternative esistono e non sono utopiche: potenziamento delle infrastrutture esistenti, investimenti nel trasporto pubblico locale, manutenzione del territorio, riduzione delle pressioni ambientali. Scelte meno visibili, forse, ma più coerenti con l’interesse collettivo e con una visione di lungo periodo.
Una responsabilità che riguarda tutti
L’assemblea di Rivalta ci dice che la tratta del TAV Avigliana–Orbassano non è un destino già scritto. Rivela un’opera ancora fragile sul piano del consenso, un conflitto che nasce dalla richiesta di trasparenza e una comunità che chiede di essere parte attiva delle decisioni che la riguardano. Opporsi a questa linea non significa difendere l’esistente per paura del cambiamento. Significa rivendicare il diritto a scegliere trasformazioni che migliorino davvero la qualità della vita, che rispettino i limiti ecologici e che distribuiscano equamente costi e benefici. È una scelta politica nel senso più alto del termine: una scelta di responsabilità collettiva, che interroga il presente ma parla soprattutto del futuro che intendiamo costruire.
Torino: quando un ferrovia locale riguarda tutte/
di Luca Graziano,Vice Presidente di Pro Natura Torino APS
Perché un’assemblea locale interroga il nostro modo di decidere il futuro
Il 15 gennaio, in una sala pubblica di Rivalta di Torino, si è tenuta un’assemblea dedicata a una nuova tratta ferroviaria tra Avigliana e Orbassano. A prima vista potrebbe sembrare una vicenda circoscritta, una delle molte dispute che accompagnano le grandi opere quando incontrano un territorio abitato. Eppure, se la si osserva con attenzione, quella discussione parla anche a chi vive lontano, a chi non conosce quei luoghi né segue da vicino il dibattito sulla Torino–Lione. Parla a chiunque si interroghi su come vengono prese le decisioni pubbliche, su quale idea di sviluppo orienti le politiche infrastrutturali, su quanto spazio resti oggi alla democrazia quando entrano in gioco interessi economici e strategie di lungo periodo. Un’assemblea locale può diventare un fatto generale quando mette a nudo un conflitto che attraversa il nostro tempo: quello tra la promessa di progresso incarnata dalle grandi infrastrutture e i limiti ambientali, sociali e finanziari con cui dobbiamo fare i conti. È da questo scarto che nasce l’interesse collettivo della vicenda.
Un’opera che non risponde a un vuoto
La linea Avigliana–Orbassano è concepita come collegamento merci tra la Valle di Susa e uno dei principali nodi logistici del Nord-Ovest. Fa parte di un disegno più ampio, pensato per aumentare il traffico ferroviario transalpino e separare i flussi merci da quelli passeggeri. In concreto significa oltre venti chilometri di nuova infrastruttura, lunghi tratti in galleria, cantieri estesi, espropri e una profonda trasformazione di aree abitate, agricole e naturali. Il punto dirimente, spesso lasciato sullo sfondo, è che una linea ferroviaria tra Torino e la Valle di Susa esiste già e non risulta satura. La nuova tratta non colma una carenza strutturale, ma raddoppia e specializza un sistema che avrebbe ancora margini di utilizzo e di miglioramento. La scelta, dunque, non è tra avere o non avere una ferrovia, ma tra potenziare ciò che c’è e costruire ex novo un’infrastruttura ad alto impatto, giustificata da previsioni di traffico controverse e da benefici che faticano a essere dimostrati nel medio periodo.
Il territorio come variabile residuale
Il tratto più delicato del progetto attraversa una collina di origine morenica, un sistema geologico fragile, fatto di materiali sciolti e attraversato da falde idriche complesse. Scavarvi gallerie di grandi dimensioni significa intervenire su equilibri sottili, con rischi che riguardano la stabilità dei terreni, le acque sotterranee e il paesaggio. A questo si aggiunge la gestione di enormi quantità di materiale di scavo, destinato a essere accumulato in loco con effetti permanenti sulla morfologia e sulla sicurezza idraulica. Non si tratta di timori generici, ma di questioni ampiamente documentate nella letteratura scientifica e nelle esperienze analoghe. In aree densamente abitate e già sottoposte a forti pressioni ambientali, l’impatto non è la somma di singoli disturbi, ma un cambiamento sistemico che incide sulla qualità della vita e sulla salute collettiva.
Decisioni accelerate, confronto ridotto
A rendere il conflitto più acuto è il percorso con cui l’opera viene portata avanti. L’iter autorizzativo procede con tempi serrati e una mole imponente di documenti tecnici difficilmente accessibili a chi non dispone di strutture e competenze dedicate. La partecipazione dei territori attraversati si riduce spesso a una finestra formale, priva di reale capacità di incidere sull’esito finale. Questo modello decisionale non è un dettaglio procedurale, ma un nodo politico. Quando progetti di questa scala avanzano comprimendo il confronto pubblico e concentrando le scelte in pochi livelli istituzionali, il principio di responsabilità si rovescia: chi promuove valuta se stesso, chi subisce l’impatto può solo adattarsi. È un meccanismo che genera sfiducia e conflitto, e che riguarda molte altre opere, ben oltre questo caso specifico.
Utilità, costi, alternative
Di fronte a impatti così rilevanti, la domanda sull’utilità non è ideologica, ma necessaria. Le stime di crescita del traffico merci su cui si fonda il progetto appaiono fragili se confrontate con le trasformazioni economiche in atto e con l’uso effettivo delle infrastrutture esistenti. Nel frattempo, il trasporto pubblico locale soffre carenze croniche di investimenti, con ricadute quotidiane su pendolari, studenti, lavoratori. In un contesto di risorse pubbliche limitate e di crisi climatica, ogni scelta infrastrutturale è anche una scelta di priorità. Destinare ingenti finanziamenti a una nuova linea merci significa sottrarli ad interventi immediatamente utili: manutenzione della rete esistente, riduzione delle emissioni, messa in sicurezza dei territori. La retorica del trasferimento del traffico dalla strada alla ferrovia perde consistenza se non è accompagnata da una strategia coerente e da una valutazione realistica dei flussi.
Salute e precauzione come criteri pubblici
Un asse centrale del dibattito riguarda la salute, intesa non come argomento emotivo ma come criterio razionale di valutazione. Cantieri pluriennali, aumento del traffico pesante, rumore, stress ambientale e possibili contaminazioni impongono analisi approfondite e indipendenti sugli effetti sanitari. Quando queste analisi mancano o risultano insufficienti, non si tratta di una lacuna marginale, ma della messa in discussione del principio di precauzione e del dovere delle istituzioni di tutelare il benessere collettivo. Difendere questo principio significa ridefinire l’idea di interesse pubblico: non la quantità di opere realizzate, ma la capacità di migliorare la qualità della vita nel lungo periodo, riducendo rischi e disuguaglianze.
Perché riguarda anche chi è lontano
L’assemblea di Rivalta non è stata solo un momento di informazione, ma l’inizio di una mobilitazione consapevole che interroga il modello di sviluppo dominante. In un’epoca segnata dalla crisi climatica, dalla scarsità di risorse e da crescenti disuguaglianze territoriali, la riproposizione di grandi opere concepite in un altro contesto storico appare sempre più come un riflesso automatico, poco disposto a confrontarsi con la realtà. Ecco perché una vicenda locale dovrebbe interessare chiunque. Perché mostra, in scala ridotta, come vengono prese decisioni che hanno effetti di lungo periodo. Perché pone domande su democrazia, giustizia ambientale, uso delle risorse pubbliche. Perché ricorda che nulla è davvero inevitabile quando cittadini e cittadine scelgono di informarsi, organizzarsi e rivendicare un ruolo attivo. Fermarsi a discutere di una ferrovia tra Avigliana e Orbassano non significa difendere un particolare territorio contro il resto del Paese. Significa, più radicalmente, scegliere di interrogare il futuro che stiamo costruendo e il modo in cui lo decidiamo. È una responsabilità collettiva che non conosce confini geografici.